ECOLOGIA E COMPORTAMENTI SOCIALI di Michele Tos e Mario Zambrini (a)

Per definizione l’ecologia (dal greco oikos”, casa e “logos” parola, discorso) è la scienza che studia le relazioni fra esseri viventi ed il loro ambiente, inteso proprio come “casa” in cui vivono. L’ambiente è dunque tutto quello che “sta intorno”ad un essere vivente e gli consente, per l’appunto, di vivere, crescere e riprodursi.
Se la Terra ha circa cinque miliardi di anni, la specie umana Homo Sapiens (intesa come l’unica sopravvissuta degli proto umani Hominina) fa la sua comparsa sul pianeta molto tempo dopo, circa 200.000 di anni fa.

I primi uomini vivevano in piccole comunità nomadi al perenne inseguimento delle mandrie di animali selvaggi, sparsi in un territorio ostile in cui raccoglievano anche i vegetali disponibili e facilmente raggiungibili. In seguito l’Uomo imparò a coltivare e ad allevare gli animali per ricavarne cibo, riducendo molto le attività di caccia e raccolta, giungendo a scegliere luoghi maggiormente accoglienti per realizzare, circa 11.000 anni fa, i primi villaggi, in cui vivere stabilmente.

Alcuni associano l’ecologia o meglio l’essere attenti all’ambiente ad una naturale propensione della specie umana al rispetto della natura, corrotta dal benessere, dalla tecnologia, dalla cultura deviata del consumismo. Eppure anche eventi storici relativamente recenti fanno pensare che l’associazione dell’uomo naturale al rispetto della natura non sia dogmatico. Basti pensare a quanto accaduto ai nativi dell’isola di Pasqua, distruttori “naturali” (non inquinati dal benessere, e dalla tecnologia) del loro ambiente a causa di naturali istinti tribali e parossismi difensivi. Questi eventi sono stati ben ricostruiti nel film “Rapa Nui”  diretto da Kevin Reynolds nel 1994, e descritti, insieme ad altri casi di “fallimento” del rapporto fra popolazione umana e ambiente, nel libro dell’antropologo Jared Diamond “Collasso”.

L’uomo è un essere nato dalla natura ma che ha la capacità di modificarla, agendo in modo antropico sull’ambiente e determinando molto spesso, attribuendo a se stesso il diritto di farlo, il deterioramento delle sue stesse condizioni di vita. Nel merito Paul J. Crutzen, Premio Nobel 1995 per la Chimica scrive: “Un osservatore che guardasse la terra da lontano e ne seguisse lo sviluppo da miliardi di anni, troverebbe il nostro pianeta bizzarro e interessante. Si accorgerebbe che in questi anni avvengono strani cambiamenti e non riuscirebbe a capire perché. Noterebbe che la temperatura si alza, l’atmosfera diventa insieme più luminosa e più lattiginosa, opaca, che da alcuni anni si è aperto nello strato esterno di ozono che avvolge il globo un enorme buco in corrispondenza del Polo sud. Ne resterebbe meravigliato, non sapendo che tutto ciò è la conseguenza dell’attività di noi uomini”. Non a caso, lo stesso Crutzen ha utilizzato il termine “antropocene” per definire l’era nella quale stiamo vivendo, la prima caratterizzata dalla capacità della specie umana di modificare radicalmente, e forse definitivamente, le condizioni territoriali, strutturali e climatiche del nostro pianeta (Paul J. Crutzen “Benevenuti nell’antropocene”, Milano 2005).

Quanto avviene nella moderna società industriale è dunque il riflesso di una manifestazione parossistica non dissimile a quanto avvenuto nell’Isola di Pasqua molto tempo prima, anche se in una scala globale e con una complessità enormemente più elevata, certamente differenziata rispetto alle pulsioni tribali e mistiche degli abitanti di Rapa Nui.

Molte altre antiche civiltà non hanno avuto la necessità di confrontarsi con il disastro ambientale, come sta facendo la nostra, poiché guidate da limiti “naturali”, ovvero dalla consapevolezza di limiti imposti dalla natura stessa: è dunque la mancanza di una mite cultura dei limiti, che ci riconduca ai prodromi che animavano le più illuminate civiltà antiche a portarci verso la distruzione ambientale?

Kenneth Boulding, economista, scrive nel 1966: “Sia pure in modo pittoresco chiamerò ‘economia del cowboy’ l’economia aperta; il cowboy è il simbolo delle pianure sterminate, del comportamento instancabile, romantico, violento e di rapina che è caratteristico delle società aperte. L’economia chiusa del futuro dovrà rassomigliare invece all’economia dell’astronauta: la Terra va considerata una navicella spaziale, nella quale la disponibilità di qualsiasi cosa ha un limite, per quanto riguarda sia la possibilità di uso, sia la capacità di accogliere i rifiuti…”.

Boulding sintetizza in poche parole il concetto dei limiti in una società ancora troppo “limitless”, troppo legata ai propri stili di vita per approdare all’economia sostenibile necessaria a garantirci la sopravvivenza ambientale.

A questo modello aperto (oggi diremmo “lineare”), Boulding contrappone quella che definisce “L’economia dell’astronauta” (un’anticipazione di quella che oggi chiamiamo “circular economy”): “la Terra va considerata una navicella spaziale, nella quale la disponibilità di qualsiasi cosa ha un limite, per quanto riguarda sia la possibilità di uso, sia la capacità di accogliere i rifiuti, e nella quale perciò bisogna comportarsi come in un sistema ecologico chiuso capace di rigenerare continuamente i materiali, usando soltanto un apporto esterno di energia”.

È, in questo senso, lo stesso modello che guida tuttora l’economia globale a costituire un problema, laddove postula la necessità di una continua crescita di produzione e consumi quale unico motore di sviluppo, con ciò finendo inevitabilmente per confliggere con la limitatezza delle risorse fisiche e biologiche del pianeta. Ancora una volta, è stato Kenneth Boulding ad intuire – con decenni di anticipo – il “baco” insito nel sistema: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista”.

In questo senso sovrapproduzione, produttivismo, consumismo vanno visti più come sintomi della mancanza di una cultura positiva, che come manifestazioni-problema dell’ambiente.

L’educazione ambientale non può dunque limitarsi ad insegnare ai bambini a non gettare la carta a terra, ma deve necessariamente spingere al consumo consapevole delle risorse, secondo un progetto olistico di educazione sociale avente al centro il singolo come parte dell’intera comunità e che tenga conto di ogni aspetto impattante sull’economia ecologica dell’ambiente.

Il singolo deve scegliere prodotti a basso impatto ambientale oltre che riciclabili, avendo consapevolezza che anche la produzione degli imballaggi rappresenta un elemento negativo per l’ambiente. Senza avvicinarsi alle posizioni estreme di certa parte dell’Ecologia Sociale, è necessario operare verso la promozione dell’uso della bicicletta, più che verso la produzione di auto elettriche, senza ovviamente escluderne l’adozione, iniziando con il domandarci, come singoli, se è veramente necessario usare l’auto; promuovere l’acquisto “Km zero” più che il consumo di frutta biologica coltivata a centinaia di chilometri di distanza, immaginando quanto gasolio brucia un tir durante il trasporto; domandarci se è necessario acquistare decine e decine di bottiglie d’acqua minerale, invece di leggere le etichette e confrontarle con le analisi dell’acqua che esce dal rubinetto.

Valutiamo dunque l’impronta ecologica derivante da ogni nostra azione di consumatori e domandiamoci, come singolo, quali sono i nostri comportamenti che impattano negativamente o positivamente sull’ambiente. E’ un esercizio necessario per la corretta educazione ambientale e per giungere al concreto miglioramento del nostro habitat.

 

 

(a) Mario Zambrini, laureato in Scienze Agrarie, svolge attività di consulenza e ricerca sulle tematiche dell’ambiente, della gestione delle risorse e della sostenibilità dal 1985. Esperto in procedure e tecniche di valutazione ambientale, di piani, programmi e progetti, è stato componente della Commissione per le Valutazioni di Impatto Ambientale del Ministero dell’Ambiente. Tecnico competente nel campo dell’acustica ambientale e docente in diversi corsi universitari e master sulle tematiche dell’analisi e valutazione ambientale. Presidente dell’Associazione Analisti Ambientali – AAA (2006-2012), Vicepresidente dell’Associazione Scuola VAS (dal 2009), è stato componente del Comitato Scientifico del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) del Comune di Milano (2012) e del Comitato Scientifico dell’Autorità Ambientale della Regione Lombardia (2012). Componente del Consiglio di Indirizzo (2014-2017) e del Comitato esecutivo (dal 2017) di Green Building Council Italia.

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