di Loris Salina (a)

Abstract: L’esperienza di un infermiere in Afghanistan, tra esperienze professionali ed umane, raccontato con gli occhi di chi affronta il rischio con spirito di servizio.

La mia prima missione con Emergency è stata in Afghanistan nel 2003-2004.

Per me non è stata la mia prima esperienza di missione all’estero. Ero già stato in Brasile, nel Mina Gerais e 3 volte in Kenya a Karungu, entrambi strutture sanitarie. Sono state missioni relativamente brevi (circa 1 mese).

In Afghanistan ero responsabile della Terapia Intensiva e Pronto Soccorso presso il centro chirugico per vittime di guerra di Kabul.

Mi ricordo che, quando mi hanno proposto Kabul, non ero affatto spaventato: nonostante si fosse in piena zona di guerra, non ho mai avuto paura. Anzi ero molto emozionato e orgoglioso di poter far parte di una missione così. Appena arrivato a Kabul, ricordo ancora l’emozione quando ho visto l’ospedale. Emergency era un “mito” per me, e adesso si incarnava davanti ai miei occhi.

L’Afghanistan è un paese dove alla povertà ed alla miseria vista già in altri luoghi si aggiunge quella cosa terribile che è la guerra. La mia è stata un’esperienza forte, che mi ha immerso in una realtà molto lontana da quella in cui avevo sempre vissuto, e mi ha insegnato a modificare il mio giudizio su molti aspetti della vita ed a relativizzare di più su quello che mi circonda.

La mia giornata iniziava alle 8.00 con il ritrovo di tutto lo staff internazionale in Pronto Soccorso per le consegne del medico locale e per un rapido quadro dei pazienti ricoverati nelle ultime 24 ore; dopodiché, ognuno di noi si recava nei diversi reparti a svolgere il lavoro che lo attendeva. Durante la mattinata mi dedicavo allo svolgimento delle differenti attività infermieristiche assieme al personale locale, e lavorare al loro fianco è stato utile per comprendere quali fossero gli ambiti in cui era più necessario e urgente intervenire. Nel pomeriggio, invece, mi dedicavo principalmente alla preparazione delle lezioni, dei test per le valutazioni del personale infermieristico e alla redazione delle linee guida, che riguardavano procedure infermieristiche di base e avanzate.

Accanto all’attività di formazione, ho avuto anche mansioni logistico-organizzative, che comprendevano l’approvvigionamento e la sistemazione del materiale e presidi sanitari, la gestione dei turni, i colloqui di assunzione. Al fine di mantenere la maggiore coerenza possibile nella metodologia del lavoro, ogni attività si è svolta seguendo un principio di continuità con l’operato di chi mi aveva preceduto e di chi mi avrebbe poi sostituito al termine dei sei mesi.

Ogni tre giorni circa ero “on call”, ovvero reperibile 24 ore su 24: oltre la mia abituale attività potevo essere chiamato in Pronto Soccorso tutte le volte che arrivava un nuovo paziente e, alla fine della giornata, verso le 18.00, ero tenuto a compiere un ultimo giro visita.

Nonostante le ore notturne rendessero la città più tranquilla, mi è capitato spesso di dovermi recare in ospedale nel cuore della notte, per ricoveri urgenti o per l’aggravamento delle condizioni cliniche di alcuni pazienti, e diverse volte le sale operatorie sono state operative fino a ora tarda. Mi ricordo in particolar modo di una sera in cui io e i miei colleghi siamo stati chiamati dall’OPD (Out Patient Departiment) per il ricovero d’urgenza di dodici pazienti vittime di un incidente stradale: appena giunti in ospedale, abbiamo aiutato a soccorrere i primi quattro mentre in brevissimo tempo venivano portati gli altri feriti, per la maggior parte bambini. Una volta effettuato il triage per valutare le priorità di intervento, ci siamo preoccupati, con l’aiuto di infermieri afgani “reclutati “nei vari reparti, di stabilizzare le condizioni dei feriti e di prepararli, ove necessario, per l’intervento in sala operatoria. La mobilitazione generale si è conclusa in poco più di tre ore e tutti i pazienti sono stati trasferiti nei vari reparti, tranne un bimbo di un anno che, dopo due giorni di osservazione in rianimazione per un preoccupante trauma cranico, è stato poi fortunatamente trasferito in reparto, accanto alla madre.

Avevo un giorno libero alla settimana che trascorrevo stando a casa o andando a visitare i FAP (First Aid Post), ovvero ambulatori di Emergency collocati in luoghi distanti dall’Ospedale per poter fornire un’assistenza sanitaria capillarizzata su un territorio più vasto. I FAP, che svolgono sostanzialmente attività ambulatoriale e di “follow up” per i pazienti dimessi.

Lo staff internazionale include il personale medico, infermieristico, fisioterapista e figure professionali come il logista, ovvero colui che si occupa della parte organizzativa dell’ospedale che non concerne quella sanitaria, l’amministratore per la parte contabile e amministrativa, il geometra e l’ingegnere per eseguire i lavori di costruzione. L’equipe lavora sempre affiancando il personale locale assunto da Emergency, con il quale comunica in inglese.

Non è stato facile lavorare in un ambiente così diverso dal nostro e con abitudini così differenti. A volte non tutto era così immediato e disponibile e bisognava sapersi arrangiare. Per dirla con una metafora: “a far fuoco con la legna che si ha”. In questi mesi mi sono venute a mancare le mie abitudini di vita, ma il vedere quanto utile fosse il nostro lavoro e il percepire la gratitudine della gente attraverso un abbraccio, un sorriso, un grazie ripetuto mille volte, mi ha aiutato a superare ogni difficoltà. Questo fa riflettere molto, come la nostra società vive del superfluo. Siamo circondati da cose inutili, che il sistema vuole farci credere indispensabili. Siamo, purtroppo, all’interno di una società che corre sempre di più, che vuole tutto subito, disumanizzata dalla troppa burocrazia e tecnologia: “non c’è tempo”, “si corre ai 100 all’ora”, ed in questo sistema si viene coinvolti e travolti. Invece, in queste missioni ho potuto assaporare una società più umana, dove riuscivi a fermarti a parlare e discorrere con un afgano che ti parlava della sua vita o della sua guerra vissuta come Mujaheddin (patriota). Una delle cose che mi è rimasta impressa è, la promessa di un afgano. In questi luoghi, segnati dalla fame, povertà, guerra, l’onore ha ancora un valore altissimo, quindi: “se ti stringo la mano, hai la mia parola”. Questo vale molto di più di un foglio scritto, timbrato e firmato.

Capisco, che oramai la nostra società è totalmente diversa che non si possono trasportare certe cose, ma sicuramente ciò che ti insegna, è imparare a relativizzare ciò che ti circonda, che non è poco.

Nei sei mesi di missione in Afghanistan sono trovato di fronte a tante vittime della guerra, per la maggior parte bambini colpiti da mine. I civili resi mutilati da mine o bombardamenti sono ciò che i “signori della guerra” definiscono “effetti collaterali”. Quando medicavo le ferite o quello che era rimasto dell’arto di un ragazzino innocente provavo rabbia e impotenza, perché leggevo in quelle ferite l’ingiustizia di quello che stava avvenendo attorno a me.

Purtroppo le vittime da mina sono ancora numerose: da un rapido calcolo fatto, è risultato che circa una persona al giorno riporta ferite da mina. Fra le tante persone che ho conosciuto in questi mesi e di cui porterò sempre i volti nella mia memoria, in particolare mi lega a Aleem un ricordo dolce e affettuoso. Aleem è un ragazzino di 12 anni che, saltato su una mina mentre raccoglieva della legna lungo il fiume, si è “provocato” l’amputazione di entrambe le gambe al di sopra del ginocchio. E’ rimasto ricoverato per 5 mesi, durante i quali si è dovuto sottoporre, dimostrando un coraggio straordinario, a svariati interventi chirurgici.

Emergency si è occupata, in un secondo momento, di apportare anche alcune modifiche architettoniche alla casa di Aleem affinché non incontrasse difficoltà a muoversi con la carrozzina in attesa che gli fossero fornite le protesi. Di Aleem non dimenticherò mai il sorriso e la voglia di vivere che trasmetteva, ma questa non è che una delle tante storie vissute in prima persona che potrei raccontare.

La cura e la riabilitazione delle vittime colpite dalle mine antiuomo è una delle principali attività che Emergency svolge in questo Paese, ed è importante ricordare e sottolineare che le mine non uccidono ma mutilano, creando una popolazione di invalidi e annullando il concetto di Pace. Un disabile ha un peso economico maggiore di un morto.

Credo che anche Aleem, come tutti i ragazzi dell’Occidente, abbia il diritto di essere curato al meglio delle possibilità che la medicina può offrire; e credo che non debba essere privato della dignità di essere un “paziente” solo perché considerato un “bambino povero che vive in un Paese in guerra” e come tale destinato a subirne le conseguenze più atroci.

L’autore:

(a) DOTT. LORIS SALINA: Docente presso il Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università degli Studi di Torino ha conseguito il titolo di Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche ed un Master di 1°livello in “Infermieristica in Area Critica”. Collabora da tempo con organizzazioni umanitarie in zone di guerra, operando in vari paesi del mondo.

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