MORIRE DI NIENTE

All’aeroporto, al mio arrivo, ho incontrato un prete catalano di venticinque anni. Vestiva in borghese e rientrava in Colombia dopo aver trascorso un mese in Europa. La prima cosa che mi ha detto è che da quel momento avrei dovuto smettere di pensare come ho sempre pensato in passato, perché il viaggio che stavo per iniziare, e per il quale lui si offriva come guida, era un viaggio nel cuore della violenza, e le cose che avrei visto mi si sarebbero presentate col linguaggio unico della violenza: “Giustizia” è una parola che qui non ha significato, né per gli oppressi, né per gli oppressori. Basta dimenticarla”.
L’uomo camminava al centro della strada. Il tassista suonò il clacson e l’uomo si tirò da una parte. Portava sulla spalla una cassetta di legno, una cassetta fatta in un modo rozzo, che assomigliava a quelle in cui si mettono le arance o l’uva. Eravamo a cinquanta chilometri da Bogotà e avevamo impiegato quasi tre ore a coprire quella distanza a causa della inesistenza o quasi di strade, il prete disse all’autista di fermarsi e scese, tornando indietro verso l’uomo che avevamo appena superato. “Di cosa è morta?” gli domandò. “Di niente” rispose l’uomo, tenendo il capo basso. Fu in quel momento che alzando gli occhi mi accorsi che la cassetta conteneva una bambina. Vi era stata come insaccata dentro. Da una fessura si intravvedeva il volto esangue. Avrà avuto un anno. Il prete alzò la mano e benedisse la figlia di un campesino che era morta di niente.
La vallata era umida di pioggia e il bestiame, l’immensa ricchezza di questo paese, dilagava in un pascolo sconfinato, era impossibile valutarne il numero.
“Si muore di niente” spiegò il prete “che è come dire che si muore di sottosviluppo. E sottosviluppo significa violenza, quel contadino che va a sotterrare sua figlia, guadagna due pesos al giorno, cioè settanta lire. Dieci milioni di uomini come lui nella sola Colombia, e molti di più nell’America Latina, non possono crescere una figlia con due pesos al giorno. Usando un linguaggio economico, chi non ha reddito non consuma, quindi muore, in nome del latifondo, dell’oligarchia, e degli Stati Uniti”. Nella voce del prete non c’era rabbia, ma un’ombra di impotenza. Cinque giorni prima avevo avvertito la stessa impotenza. Nella grigia Bogotà, capitale a 2.630 metri sopra il livello del mare, avevo incontrato nella falsa urbanizzazione il primo segno della violenza del sottosviluppo: la miseria contadina trasformata in miseria popolare urbana, conseguenza naturale quando l’emigrazione dalla campagna alla città non è legata all’industrializzazione. (…)
La città brulicava di uomini piccoli di statura, con gambe e braccia corte, il torace tozzo, il volto pallido, la bocca aperta a metà, le narici dilatate gente nata per vivere ad altezze impossibili, dove l’ossigeno è scarso nell’aria e il sangue pompa male. Quella folla di ometti tristi, di bambini laceri, di donne consunte, si muoveva come un branco, sbandando nei vicoli bui verso i ghetti che dilagano ai margini della città. Negli occhi di quella gente che sembrava muoversi al rallentatore covava l’odio. È stato il primo incontro con la violenza ‘silenziosa’, come l’ha definita monsignor Marco Gregorio McGrath, vescovo di Santiago de Vesaguas, a Panama. Durante la notte ho fatto un giro nella città caduta in un silenzio di tomba. Le strade erano ormai deserte o perlomeno sembravano deserte. Il prete catalano mi indicò una strada,
era una strada quasi completamente al buio. Da solo mi avevano sconsigliato di camminare anche di giorno, e di notte il pericolo di essere aggrediti era certamente maggiore. Ma in quella strada il prete mi invitò a contare i bambini che dormivano sui gradini delle porte, coperti da fogli di giornale.
Ne contai sette, ma mi accorsi subito che erano il doppio perché dormivano a due a due, abbracciati per stabilire fra i corpi un circuito di calore. Al nostro passaggio scappavano via. Ma non era il freddo pungente che scendeva dai monti e si trasformava in brina, né l’umidità che paralizza le ossa a renderli inquieti. Costretti a vivere come bestie, delle bestie hanno la stessa diffidenza e la stessa paura dell’uomo. È la fame che li spinge ad abbandonare le baracche alle quali non faranno più ritorno per fermarsi nel centro delle grandi città a mendicare il cibo.
Così trentaseimila bambini ogni anno muoiono di fame, in Colombia. Chi supera gli stenti e sopravvive in qualche modo spesso rimane minato nel fisico da malattie infettive che, nella maggior parte dei casi, comportano una deviazione verso la criminalità. Le carceri sono piene di infelici in attesa di giudizio, molte volte innocenti. Chi ne viene fuori, molto spesso perché evade, ha frequentato l’università dell’abiezione, della crudeltà, del delitto.
L’ordinamento giudiziario è insufficiente; i giudici pagati male sono inclini alla corruzione e nello stesso tempo sono esposti a qualsiasi forma di ricatto e di influenza. Ne deriva il fenomeno dell’impunità quasi assoluta per ogni genere di delitto. Durante il giorno, sotto la luce del sole, aggressioni e rapine a mano armata avvengono sotto gli occhi degli stessi agenti di polizia i quali evitano accuratamente di intervenire.
La ragione è che molto spesso si tratta di rapine a banche o di sequestri di persona che hanno come scopo il recupero di somme che andranno ad alimentare le bande armate di determinati gruppi politici. Altre volte si tratta di azioni di guerriglia, ma solo di rado i guerriglieri si spingono fin nel
centro delle città. Un poliziotto che intervenisse rischierebbe di perdere la divisa e lo stipendio, se non la vita, per aver ficcato il naso in crimini che hanno avuto il benestare dall’alto.
Molti degli attuali uomini politici durante la dittatura di Rojas Pinilla hanno organizzato bande armate. Orde di bandoleros, che non hanno nulla a che vedere con i guerriglieri, ancora oggi sono al servizio di ricchi proprietari terrieri per seminare il terrore fra i contadini, i quali abbandonano i villaggi e si rifugiano in città lasciando libere le terre. Attratte dal miraggio di una vita migliore queste famiglie povere, mal nutrite, sfuggite al terrore, approdano nel caos della metropoli da cui vengono respinte, disgregate, lasciate sole in balia del naturale istinto di sopravvivenza. È proprio grazie al sottosviluppo che i gruppi politici manovrati dalle caste economiche (non più di cinquecento famiglie in Colombia) riescono a mantenere milioni di uomini in una condizione subumana. Ignorando l’analfabetismo, non praticando nessun genere di politica sanitaria si porta la vita media ad arrestarsi di un soffio sopra i trentacinque anni.
Così quando non si muore di niente, si muore peggio che di niente, come nell’Arauca.
Un gruppo di avvocati di Bogotà ha presentato al governo un documento di denuncia agghiacciante su ciò che avviene in questa regione, dove i latifondisti sterminano sistematicamente gli indios. “Qualcuno di loro”, si legge in questo documento, “si dice fiero di aver ucciso fino a cinquecento indigeni”. Spesso gli indigeni vengono giustiziati per aver rubato un capo di bestiame.
Anche il proprietario terriero Josè Landinez, di origine venezuelana, è stato accusato di assassinio di indios. Ad accusarlo è stato Rafael Garcia Herreros, un sacerdote molto popolare in Colombia perché ogni sera, per sessanta secondi, lancia anatemi dal video contro le ingiustizie sociali. Il sacerdote ha rivelato che nella Hacienda di Josè Landinez c’è una prigione dove gli indios vengono rinchiusi e “sottoposti a torture immotivate, finché muoiono”.
Così non stupisce neppure che Luis Enrique Mofin, latifondista dell’Arauca, si sdegni per l’ingiustizia che commette la polizia nel trattenerlo qualche giorno per interrogatori: “Soltanto adesso” ha dichiarato Morin durante questo interrogatorio “veniamo a sapere che uccidere un indio è un delitto: noi li abbiamo sempre considerati come i cervi o i conigli” …

da “Il papa all’inferno” di Mario Orfini, pubblicato in L’Espresso colore, 18 Agosto 1968. Articolo pubblicato sulla rivista Punto d’Incontro Arte, numero 3/4 novembre – febbraio 2020. Per gentile concessione di Pierangela Micozzi.

Mario Orfini, nasce a Lanciano (Chieti) il 4 novembre 1936. Come molti giovani del meridione italiano , all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso interrompe gli studi per spostarsi a Milano. Le frequentazioni culturali lo conducono alle prime esperienze con la fotografia, avviando collaborazioni con varie riviste. Nel 1969 si trasferisce a Roma per seguire la sua passione per il cinema, divenendo produttore di importanti film.

Immagine in evidenza: “I gamines” sono bambini che vivono per strada e campano di elemosina, piccoli furti, raccolta di carta e lattine. Questo vende giornali. Bogotà, 1967″. Foto di Mario Orfini.

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