Quando si parla di volontariato si pensa a persone che, animate da precisi intenti solidaristici, pongono gratuitamente il loro tempo a disposizione della società, senza ricavarne alcun utile economico.
Questa visione è corretta, nella maggior parte dei casi, ma elude quello che è un aspetto fondamentale dell’agire nel sociale, ovvero che i servizi prestati hanno un valore economico davvero rilevante.
Riflettiamo sulle definizioni: che cos’è un Volontario? Esso pone al servizio di una causa essenzialmente tre elementi:

  • Tempo
  • Professionalità
  • Altri elementi immateriali: passione, sensibilità verso il prossimo

Dove trova applicazione il volontariato? Praticamente in ogni ambito sociale: dal primo soccorso all’assistenza agli anziani; dalla formazione professionale all’assistenza ai disabili; dall’erogazione di pasti ai senzatetto alla presenza negli ospedali o nelle case di riposo. Il volontario, collocato in ognuno di questi settori, copre una precisa esigenza, che in molti casi è di primaria importanza (vedi il soccorso a cura delle ambulanze) in altri rappresenta la copertura di esigenze meno urgenti ma sempre importanti.
Il volontariato va dunque visto, al netto dei sani principi che lo contraddistinguono e che non debbono mai essere sacrificati sull’altare del vile denaro, come un produttore di servizi (in qualche caso di beni) il cui valore economico è sorprendente. Basti pensare che sono circa 6,6 milioni di italiani rientrano nella categoria della prestazione non remunerata e senza obbligo, producendo all’incirca 126 milioni di ore in 4 settimane di attività (fonte ISTAT).
Per una corretta valutazione economica del volontariato, possiamo definire un output rappresentato dai beni e dai servizi prodotti dal lavoro non retribuito sviluppato dai volontari, attribuendo un valore basato sul corrispettivo economico che il mercato definisce per lo stesso bene/servizio. Possiamo inoltre attribuire un input determinato dal tempo impiegato dai volontari nello svolgimento delle proprie attività, tenendo conto che non vi sono solo le ore dedicate all’attività specifica, ma anche le ore che occorrono per lo sviluppo dell’attività stessa (autoformazione, pratiche burocratiche, riunioni organizzative, ecc.).
Per una più accurata analisi dovremmo attribuire anche un valore economico “di ritorno”, determinando un corrispettivo alla capacità di contenimento e risoluzione che le varie iniziative pongono in essere. Per comprendere possiamo portare come esempio l’assistenza allo studio di soggetti a rischio drop-out (fuoriuscita dal circuito scolastico-formativo): che valore possiamo attribuire ad un utente che, grazie la supporto fornito, prosegue gli studi anzichè abbandonarli?
Alle valutazioni economiche espresse va doverosamente riportato che quasi sempre i volontari operano nell’ambito di organizzazioni solidaristiche (associazioni) a cui fanno riferimento, certamente in termini di condivisione della “mission”, ma anche come struttura organizzativa, con tutti i costi che ne derivano; solo parte di questi costi sono in capo alle istituzioni, pubbliche o private, (attraverso contibuti e finanziamenti) mentre la gran parte derivano da fonti di auto-sostentamento (tessere associative, autofinanziamento dei singoli, ecc.).
Appare evidente che quando si parla di rendicontazione del volontariato, ovvero della misurazione del valore economico e sociale del lavoro volontario, si ha di fronte un calcolo certamente complesso e dai contorni imprecisi, in cui è arduo valutare esattamente importi ed elementi contabili.
L’ISTAT ha prodotto nel 2016 un rapporto dal titolo “I differenziali retributivi nel settore privato”, basandosi su dati del 2014. Nel rapporto, stilato su base nazionale, vengono poste in evidenza le retribuzioni orarie medie, suddivise per professioni; si da evidenza nella tabella sottostante delle retribuzioni orarie medie negli ambiti in cui maggiormente si esprime il volontariato:

I valori espressi nella tabella pongono in evidenza la probabile discrepanza tra le varie realtà locali, tra il livello di professionalità raggiunto dal soggetto volontario, il contesto in cui avviene la prestazione gratuita, ecc.. Si pone ad esempio il costo orario di uno psicologo, che può raggiungere importi superiori ai 100 euro (vedasi http://www.psy.it/nomenclatore) per le prestazioni ad elevata professionalità.

Il Centro Servizi del Volontariato della Provincia di Chieti ha realizzato un interessante ebook dal titolo “Il valore del Volontariato – La misurazione e la rendicontazione del valore economico e sociale del lavoro volontario” in cui vengono analizzati casi concreti, ovvero di organizzazioni di volontariato con un’attenta rendicontazione economica delle iniziative poste in essere dalle stesse. E’ un buon esempio utile ai fine della comprensione di quanto espresso nel presente articolo, attraverso la valutazione di situazioni reali.

A conclusione di questo articolo va precisato che la valorizzazione del volontariato passa anche attraverso la comprensione dei benefici di natura economica che ne derivano, per l’intera società italiana. Qualunque sia la motivazione che porta al dedicare ore del proprio tempo e risorse ad altre persone, bisogna essere sempre riconoscenti per l’azione quotidiana sviluppata da un esercito di costruttori sociali.

Michele Tos

FONTI:
Statistica & Società/Anno 2, N. 1/Lavoro, Economia, Finanza M. Musella, M. Santoro “Il valore monetario del volontariato. Un esercizio sul
caso napoletano”

International Labour Office “Manuale sulla misurazione del lavoro volontario” 2011

“Fondazione Symbola – Unioncamere – Fondazione Edison,
I.T.A.L.I.A. – Rapporto 2017”

“Il valore economico e sociale del volontariato in provincia di Monza e Brianza” CSV M&B Centro di Servizio per il Volontariato di Monza e Brianza

“Attività gratuite a beneficio di altri” ISTAT 23 luglio 2014

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