Storia della scrittura per non vedenti

L’interpretazione del testo scritto, in assenza di appositi strumenti tecnologici, deputati alla traduzione delle parole in suono, pare fondamentalmente appoggiarsi allo stimolo visivo. La presenza di miriadi di segni, stampati o scritti che siano, posti su di una superficie, appare significativa solo quando l’occhio si accorge che quelle alterazioni del contrasto hanno una forma che il cervello è in grado di tradurre in specifici significati. Lettera dopo lettera, parola dopo parola, pagina dopo pagina, tutto assume un nuovo senso, anche grazie alle interpretazioni derivanti dalla propria esperienza.
Quanto su descritto sembrerebbe limitare l’interpretazione del codice alfabetico od arabico (nel caso dei numeri) al solo mondo dei vedenti; da questa considerazione si estrapola l’inevitabile (parrebbe) conseguenza che l’assenza di una visione “funzionale” alla lettura costituisce un fattore quantomeno limitante, se non escludente rispetto alla partecipazione attiva del soggetto con disagio visivo a larga parte dei fenomeni comunicativi dell’esistenza umana: studio, lettura, scrittura. In effetti questo è, in termini relativi, vero.
Eppure vi sono molti esempi storici di grandi successi sia nel mondo delle scienze che in molti altri settori delle arti, compresa la letteratura.
Ad esempio Nicholas Saunderson fu eminente scienziato e matematico inglese presso l’università di Cambridge, anche se privato della vista dal vaiolo quando aveva pochissimi anni. Aveva amicizie importanti come Isaac Newton. Si narra che imparò le basi della matematica aiutando suo padre sul lavoro, mentre scoprì l’alfabeto toccando le scritte in rilievo poste sulle lapidi del vicino cimitero.
Anche nel campo della musica vi sono esempi storicamente rilevanti, sia moderni che antichi, come testimoniato dalla raccolta “I disabili visivi nella storia della musica”.. Potrebbero dunque essere esposti numerosi esempi di successo, conseguiti da persone con disagio visivo.
L’essere quindi menomati nella vista non costituisce di per sè fattore escludente rispetto al successo, ma certamente limitante rispetto alla prestazione richiesta, sancendo l’handicap come l’incontro tra le caratteristiche dell’individuo e la situazione. Questo è un presupposto importante che ha storicamente orientato gli sforzi alla modifica della situazione, rappresentata dalla difficoltà rispetto alla interpretazione del segno grafico.
Poichè il contesto in cui si colloca questo articolo è di natura storica, non entro nel merito di quanto la tecnologia moderna consenta di superare il linguaggio scritto, definendo una nuovo territorio comunicativo.
Rientrando nel nostro percorso storico, ci si accorse immediatamente (come nel citato apprendimento dell’alfabeto dalle lettere in rilievo delle lapidi) che il problema aveva una soluzione: se non è possibile leggere le lettere su di un foglio, sarà possibile tradurre le lettere, i numeri, i simboli in entità tattili. Francesco Lana de Terzi (1631 – 1687) è stato un gesuita, matematico e naturalista italiano. Tra i tanti meriti (fu considerato il fondatore della scienza aereonautica) ebbe l’intuizione di abbandonare i tentativi di costruire modelli fisici dell’alfabeto, sostituendoli con un nuovo modello di codifica tattile, totalmente innovativo rispetto ai precedenti tentativi: tavolette in cera, fili metallici, corde con nodi, modelli in legno, ecc.
Il modello proposto da Francesco Lana de Terzi fu anticipatore rispetto a quanto in seguito proposto da Louis Braille, dal quale si differenziava per l’uso di linee al posto di punti, come proposto da Braille. Questo modello, basato su punti, risultò vincente rispetto alle linee, poichè consentiva maggiore discrezionalità ed accuratezza di interpretazione.
Tra Braille e Lana De Terzi, si pone Valentin Hauy, fondatore della prima scuola di non vedenti. Nel 1780 inventa un sistema di stampa in rilievo, utilizzando un’apposita penna metallica su carta bagnata, nel tentativo di replicare le lettere dell’alfabeto tradizionale in rilievo. Nel 1787 produsse con questa modalità un saggio sull’educazione dei bambini ciechi. Nel tentativo di considerare l’alfabeto tradizionale, pur nella forma tattile del rilievo su carta, come unica possibilità di comunicazione scritta con i ciechi, Hauy non comprese che l’interpretazione aptica, quindi con il tatto, di caratteri morfologicamente complessi, come quelli dell’alfabeto, comportava difficoltà fortemente limitanti.I tentativi di Hauy proseguirono con modifiche successive, sia sue che a cura di altri studiosi.
Un cieco, in Inghilterra, il dottor William Moon, pubblicò nel 1845 la proposta di un alfabeto semplificato (il Moon Type) ed in rilievo, derivato dall’alfabeto latino, in parte ancora utilizzato da chi ha difficoltà di lettura con il Braille.
Ed arriviamo al 1815, quando un cittadino francese, Charles Barbier, propone un sistema di codifica basato su due file di punti, giungendo (correttamente) ad intuire che i punti erano maggiormente percepibili e su questo basò un complicato sistema di rappresentazione fonetica della lingua. Il sistema di Barbier cadde presto in disuso, anche per l’utilizzo di celle troppo grandi per essere percepite dall’unità sensoriale (il dito) in un solo passaggio.
Va precisato che Barbier, ingegnere dell’esercito francese, non era inizialmente interessato al tema dei non vedenti: la sua motivazione era legata alla realizzazione di un sistema che consentisse l’invio di messaggi dal contenuto segreto e leggibili al buio delle trincee. Ciò nonostante, nel 1820 presentò il suo sistema all’Istituto per ciechi di Parigi, dove incontrò uno studente che sarebbe divenuto famoso: Louis Braille.
Louis Braille (1809-1852) divenne cieco in seguito ad un drammatico incidente, che inizialmente colpì l’occhio sinistro, causando un’infezione che si estese a quello destro. Louis conobbe sia il metodo promosso da Hauy che quello di Barbier, determinando l’ideazione del suo sistema di notazione letteraria, musicale, matematica, basato su due colonne di tre punti. Presentato ufficialmente nel 1854, fu rapidamente adattato in altre lingue e giunse nel 1860 negli Stati Uniti, dove si confrontò con numerosi altri sistemi già in uso.
I detrattori dello standard Braille criticano l’enorme volume occupato dai testi realizzati con questo metodo, oltre ad evidenziare la differenza in termini di prestazioni rispetto al normo-lettore, evidentemente legata sia al limite fisico imposto dalla “lettura” aptica che all’assenza del fenomeno di anticipazione della parola garantito dall’input visivo.
All’inizio del 1900 vennero sviluppate delle contrazioni, ovvero delle celle rappresentanti parti di parole o parole, ottenendo una sensibile riduzione del volume dei testi ed il miglioramento delle performance di lettura.
Nonostante il permanere dei citati problemi, l’alfabeto Braille è ancora oggi uno standard riconosciuto a livello internazionale, ed è in costante aggiornamento.

Michele Tos

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